venerdì 31 ottobre 2014

Colomi, dove si cambia il destino

Abbiamo cambiato gestore telefonico, sperando di avere una migliore connettività ma è stato inutile. L'unico risultato è stato che l'orario del cellulare e della sveglia si è sballato e invece che alle 5 ci siamo svegliati alle 4.30. Dimitri vedendo che il sole non sorgeva si è accorto del problema e ha avuto un momento di sconforto pensando alla mezz'ora di sonno persa.
Oggi ci aspetta una giornata impegnativa: solo 48 km ma 1600 metri di dislivello: andiamo a Colomi a trovare le ragazze della casa Estudiantil, un progetto delle Fondazione Madonna di Monteberico (Vicenza), intrapreso sa Anna Maria Bertoldo che ora è in Italia (dall'incontro con la quale ci è venuta l'idea di coinvolgere le ONG in questo viaggio).
Iniziamo subito con un grossolano errore: invece che a sinistra, giriamo a destra e finiamo per fare il giro del lago di Cochabamba: bello ma sono 12 km in più del previsto.
Torniamo al punto di partenza e imbocchiamo la comoda avenida a 8 corsie che ci porta fuori da Cochabamba.
La strada è in rifacimento e quindi assumiamo per molti chilometri la nostra dose quotidiana di sedimenti e gas di scarico fino all'attacco della salita. Tra l'altro non riusciamo a capire dove siamo e se la strada sia quello giusta: in Bolivia oltre alla telefonia anche la cartografia è problematica: le cartine stradali sono sbagliate anche di brutto, per questo è uno dei pochi paesi al mondo di cui la GARMIN non ha mappe per i navigatori. Inoltre non ci sono cartelli stradali, nemmeno quelli dei i nomi dei paesi. Non rimane che chiedere ai passanti ma accettandone la visione geograficamente fantasiosa: ad esempio interroghiamo una pattuglia di poliziotti che ci dicono che Colomi dista pochi chilometri, impossibile.
Nel frattempo il copertone di Dimitri viene perforato da un ago metallico e ci fermiamo per la riparazione.
Poco dopo essere ripartiti ad un tratto ci rendiamo conto che i poliziotti invece avevano ragione: il punto più alto è a 3700 e non a 4300 come pensavamo! Che bello!
Superiamo il passo e altri lavori in corso, dove i nostri copertoni si arricchiscono di uno strato di catrame e ghiaia e planiamo a Colomi, dopo 60 km esatti, dove Edit, la direttrice (che ha la nostra età e che ci ha coordinato il nostro benvenuto anche a Cochabamba) ci accoglie e ci presenta alle 58 ragazze dai 12 ai 18 anni riunite per il pranzo.
A pranzo abbiamo modo di conoscere meglio il progetto: 15 anni fa grazie all'impegno di Anna Maria e al lascito di Pietro Moretto, imprenditore vicentino di successo morto di malattia giovanissimo, è stato possibile fondare la casa Estudiantil per dare una possibilità alle ragazzine delle tante comunità di Colomi e dintorni di studiare. Le ragazze qui non avevano alcuna possibilità di farlo e questo la condannava al lavoro manuale nei campi e in casa, alla completa ignoranza del mondo e all'analfabetisno di ritorno.
Edit ci racconta di ragazzine mandate dalle famiglie a lavorare nei campi per 2 euro al giorno e adibite a spostare a spalle sacchi di patate di 100 kg.
Quando arrivano qui ricevono un'educazione a tutto tondo: dell'igiene personale alle nozioni che sono loro necessarie a reinserirsi nella scuola primaria o secondaria e vengono accompagnate fino al momento di decidere se trovare un lavoro o andare all'Università (la fase due prevede anche una casa a Cochabamba dove vengono sistemate le ragazze che vanno all'Università).
In cambio sono loro richiesti grande impegno e risultati.
Il costo da affrontare per sostenere una ragazza qui è di circa 1000 dollari/anno: è il prezzo per cambiare il destino di una donna.
Dopo pranzo le incontriamo: sono curiosissime di capire perché viaggiamo, come lo facciamo, dove siamo stati e dove andremo. Ma anche com'è l'Italia, com'è Verona e hanno anche domande molto molto impegnate (sui problemi sociali italiani e sulle soluzioni politiche, dall'inquinamento, al numero di figli per famiglia, alla legalità dell'omosessualita maschile e femminile, al cinema all'enogastronomia): rimaniamo con loro due ore.
Edit poi ci porta a passeggiare per il paese prima di cena e, su richiesta di Alberto ci porta a conoscere l'ospedale (che corrisponde ad un servizio di guardia medica dove però si vaccina, si fanno partorire le donne e si accolgono le vittime, anche gravi degli anni incidenti stradali, facendo il possibile).
Dopo cena conosciamo anche padre Wilson, un ragazzone boliviano molto simpatico, parroco di Colomi (la Bolivia è dei giovani!), che ci dà molte indicazioni stradali per i prossimi giorni.
Domani è il primo novembre: la Festa di Tutti i Santi; qui è molto molto sentita perché i defunti tornano per due giorni tra i loro cari e - giustamente - si festeggia.

giovedì 30 ottobre 2014

Giro di boa

Oggi a Cochabamba, giornata dedicata al recupero di materiale necessario al proseguo del viaggio.
La mattina dedicata alla ricerca di un paio di scarpe da bici per Dimitri, trovate dopo una decina di tentativi in vari negozi.
Solo un negozio le vende e siamo nella terza città più grande della Bolivia.
A pranzo poi a casa di Alfredo, l'ingegnere meccanico di Vicenza.
Ottimo pranzo a base di cucina tipica Boliviana, dopo aver mangiato ci ha fatto vedere il suo lavoro su una cella ad idrogeno, che applicherà al suo fuoristrada per ridurre i consumi del 30%, progettata e costruita interamente da lui.
Per i più tecnici poi è ora di tirare qualche somma, domani è il giorno del "giro di boa", metà viaggio, anche se un po' in anticipo diamo qualche dato statistico di questa parte del viaggio aggiornato alla data del 29 ottobre.
Chilometri totali percorsi : 2513
Ore pedalate: 159:51:47
Dislivello positivo (in salita): 28008 metri
Distanza media giornaliera percorsa : 78 km
Giorni pedalati : 32
Giorni effettivi di viaggio: 28
Come ci dicevano ai tempi della scuola: "potrebbe fare di più", vedremo di migliorare nel resto del viaggio.

mercoledì 29 ottobre 2014

Ore 16: festa a Cochabamba

Ci svegliamo nell'infermeria di Japo dopo una notte in cui il meteo si è dato da fare: c'è sole e cielo limpido ma i prati sono bianchi, è nevicato.
Salutiamo la dottora Paola (deve essere cambiato il turno) e  l'infermiera: dai loro occhi "imbogonati" si direbbe che hanno avuto una notte tranquilla. Prima di partire notiamo la targa che dice che el puesto de salud è stato finanziato da Unicef e realizzato da Caritas.

La strada stamattina è particolarmente bastarda: dobbiamo perdere 1600 metri di altezza ma non è discesa! In media ogni due metri che perdiamo ce n'è uno di salita... una tortura cinese. In un tratto di discesa ripida una bottiglia di plastica da due litri di acqua si sgancia accidentalmente a mo' di bomba dalla bici di Dimitri e al contatto con il suolo dà origine ad una fontana impazzita che viaggia ai 65 km all'ora sulla strada e che Alberto, che sopraggiunge a pochi metri, riesce ad evitare per miracolo. Dopo 4 ore di pedalata cominciamo a temere di non riuscire a percorrere tutti i 130 km che ci separano da Cochabamba ma proprio allora inizia la discesa lunga 35 km! Pausa a Parotani dove mangiamo una coscia di pollo con risetto e patata e affrontiamo gli ultimi 40 km in cui il vento contro è debole ma la polvere dei lavori stradali offusca la visione. 
Arriviamo nella periferia di Cochabamba su una comoda avenida a 8 corsie in cui sfrecciamo indiavolati nel traffico. Però siamo due poveri diavoli: ad Alberto si rompe una borsa e a Dimitri si rompe la suola di una scarpa da bici!
Ad un tratto da un pickup un italiano ci offre un passaggio gridando "Ragazzi, qui è pericoloso! Vi tirano sotto! Vi ammazzano"! Rifiutiamo ringraziando garbatamente e proseguiamo!
con Edit e Alfredo
Arriviamo in città e avvisiamo Edit  - la direttrice della Casa Estudiantil di Colomi - che stiamo arrivando. Edit ci darà le chiavi della casa di Cochabamba di Anna Maria Bertoldo fondatrice del Progetto di cui vi parleremo.
Pochi chilometri dopo una sorpresa!
Una rappresentanza delle ragazze della casa sono venute ad accoglierci! Con tanto di manifesti, corone di fiori e canti! Che meraviglia!
A casa di Anna Maria, che possiamo anche ringraziare telefonicamente, c'è un rinfresco per tutti preparato da Cinzia una dottoressa boliviana che ha lavorato per molti anni a Roma e parla perfettamente italiano e da sua mamma (dona Julia). E c'è pure la televisione della città per un intervista!
E non finisce qui! Dopo la doccia si va con Edit da don Alfredo, un ingegnere meccanico in pensione, amico di Anna Maria e Edit, appassionato di cucina che con sua moglie (avvocato boliviano) hanno aperto un ristorante italiano qui a Cochabamba: affettati misti e bigoli fatti a mano dopo un mese e mezzo ci sembrano il paradiso!
Oggi è stata una giornata fantastica di cui dobbiamo ringraziare Anna Maria e Chiara Salvetti che ci ha fatti conoscere!

martedì 28 ottobre 2014

Una tappa disumana finita in guardia medica!


Partenza alle 7, dopo notte insonne per Dimitri (nella bettola i letti erano arcuati come amache, quella di Dimitri era pure dura e quella di Alberto popolata da piccole formiche). Percorriamo a staffetta 65 km fino a Caracollo, dove finalmente lasciamo l'autostrada in costruzione dopo 200 km esatti!
A Caracollo dobbiamo fare rifornimento di acqua e viveri perché i prossimi 190 km sono praticamente disabitati.
Cosi carichiamo 6 litri d'acqua a testa, 4 banane, pane (strasso - qui in Bolivia come in Perù il pane non è un alimento molto curato), una forma di formaggio e un bel sacchetto di patatine fritte che si aggiungono ai cibi liofilizzati che già abbiamo con noi.
Siamo pronti. Si va.
Il peso delle bici sale sopra i 50 km ma la cosa che guasta la festa è che il vento è ripreso: teso, contrario, costante.
Ieri abbiamo fatto 50 km contro vento e ora si ricomincia!
E la strada dopo i primi 30 km di rettilineo comincia a salire e sale, sale, sale. Insomma, non manca niente. Facciamo diverse soste anche ravvicinate. Un dislivello di 700 metri dopo 100 km di cui 30 contro vento con bici da 50 kg è davvero molto impegnativo.
Arriviamo al passo (4500), secondo passo più alto del viaggio, alle 18. Siamo piuttosto cotti. Abbiamo un'ora di luce. Cominciamo la discesa cercando una piazzola a bordo pista dove piantare la tenda ma tutte quelle che troviamo hanno il fondo in roccia e per piantare la tenda ci vorrebbe il trapano.
Ad un certo punto arriviamo a Japo, un paesino microscopico non segnato sulla carta.
C'è un campo da calcio in terra battuta. Nel crepuscolo ci avviamo a piantare la tenda ma un folto gruppo di bambini e ragazzi si raduna a vedere cosa facciamo. Ci spostiamo, loro ci seguono. Non vorremmo avere visite notturne, quindi abbandoniamo l'idea di piantare la tenda lì, almeno fino a quando sarà sceso il buio.
Allora chiediamo a loro se c'è un posto dove dormire. Ci dicono che si può provare alla scuola. Mentre ci dirigiamo verso l'edificio, una signora ci dice che anche al "puesto de salud" si può dormire. Ehi! È la guardia medica! Fantastico! Ci accolgono il medico, l'infermiera e l'autista in una struttura molto bella (in mezzo ai monti a 4200 metri e per 100 persone )! Ci mettono a disposizione una stanza (l'infermeria) con due letti! Chi lo avrebbe mai immaginato!
Sono ormai le 19 passate. Ci sistemiamo, ci prepariamo qualcosa da mangiare... Alberto sperava di fare due chiacchiere con il collega ma alle 20 è già tutto spento e sono tutti a dormire!
Alla fine 135 km, 7 h e 50 min, 1068 m di dislivello con bici stracariche per metà del percorso... una tappa disumana!

lunedì 27 ottobre 2014

Via dalla Grande Ciotola!


Accidenti! Ci siamo addormentati! Sono le 5.45, dobbiamo fare le borse, colazione e prepararci! Alle 6.30 arriva Aurelio che da buon ciclista ci accompagna nella risalita da La Paz a El Alto. Dimitri si trasforma in DisuFast è siamo pronti. La Paz è una grande ciotola dal fondo piano e dalle pareti ripide. Tutta piena di case. Noi partiamo dal fondo e dobbiamo risalire al bordo dove c'è la grande periferia di El Alto. Per farlo o prendi le pareti di fronte con pendenze del 50% o scali in costa. Per noi opzione numero due. Riprendiamo l'autopista che avevamo sceso al nostro arrivo e, respirando le marce basse delle migliaia di auto che passano il lunedì mattina, arriviamo a El Alto in un'ora e 20 di areosol. Lungo il percorso ammiriamo i cartelloni della Entel (la maggiore compagnia telefonica boliviana) con una bambina che guarda verso il cielo e dice: "Tu ci hai insegnato a credere" - "Grazie Satellite Tupac Katari"! Ok per la pubblicità blasfema, ma almeno le linee Entel funzionassero. Abbiamo la scheda Entel sul nostro cellulare e internet non va nemmeno a La Paz centro!
Arrivati ad El Alto salutiamo Aurelio che ci regala mele secche e marmellata e ci fa assaggiare un integratore speciale per i ciclisti boliviani: carne di lama disidratata in cubetti! Niente male!
I successivi 100 e passa chilometri sono "aburridi", noiosi... è tutto un su e giù sull'altopiano senza attrattive (alla fine sono 1000 metri di dislivello). Ma il vero problema è che in realtà pedaliamo su una specie di autostrada in costruzione. In Bolivia si stanno facendo grandi opere pubbliche (che - qualcuno dice - fruttano grandi tangenti), di cui non ci sarebbe proprio bisogno: infatti qui la strada - che pure collega le città più importanti del paese -  è poco trafficata. Noi abbiamo sempre una delle due carreggiate a nostra completa disposizione ma i mezzi con cui lavorano gli operai della strada alzano gigantesche nuvole di polvere. Così arriviamo a Sica Sica dopo 120 e passa chilometri con un bello strato di sedimenti nei polmoni! In paese troviamo alloggio nella peggiore bettola mai incontrata fino ad ora ma almeno la doccia è calda... domani tappa di avvicinamento a Cochabamba, che dista ancora 250 km, con pernottamento in tenda.

domenica 26 ottobre 2014

El camino de la muerte (e ritorno in camion)

Parlando con Aurelio e Anna è emerso che andare da La Paz a Cochabamba passando da nord (facendo il Camino de la Muerte) è impossibile: ci sarebbero sicuramente alcuni fiumi da guadare e 50 km di sabbia nella parte finale del percorso. Inoltre mentre studiavano il percorso per noi, hanno trovato in internet un blog di un cicloturista equadoriano che ha dovuto rinunciare. Dobbiamo passare da sud. Decidiamo allora di fare el Camino de la Muerte scarichi e tornare a La Paz. Vogliamo evitare di farlo con le agenzie turistiche (che ti spennano e ti mettono davanti un ragazzino che ti fa da guida dicendoti a che velocità devi scendere, quando fermarti e dove e a cosa devi scattare le foto).  Allora partiamo in stile "turista fai da te, no Alpitour" alle 7.00 e a tentativi arriviamo a Villa Fatima, il quartiere alto di La Paz da dove partono i mini bus pubblici che portano a Coroico (il paesino dove el Camino finisce). Al volo saliamo su uno che ci carica le bici sul tetto e ci facciamo portate alla cumbre (4600) - la cima della montagna - per scendere con i nostri mezzi a Coroico percorrendo el Camino. Alla cima qui ci bardiamo di tutto punto e scendiamo i primi 30 km di asfalto fino all'attacco del Camino. L'attacco è segnalato da un grande cartello giallo ed è avvolto dalla nebbia che sale lungo i pendii dalla sottostante foresta amazzonica. El Camino de la Muerte è diventato famoso perché è stato dichiarato la strada più pericolosa del mondo in quanto, prima che venisse aperta la nuova strada, qui morivano 200-300 persone l'anno (tra cui 7-8 ciclisti), precipitando negli strapiombi che arrivano anche a 800 metri. La strada è uno sterrato ad una sola carreggiata ma è tutt'ora aperto ad auto, camion e bus nei due sendi di marcia e sul lato sinistro c'è appunto lo strapiombo: quando si incontrano mezzi che viaggiano in senso contrario... la vita è una questione di pochi millimetri.
Il tutto è immerso in una vegetazione rigogliosa che mano a mano che si scende diventa tropicale e a sua volta è avvolta dalla nebbia dei vapori che salgono dalla foresta. Spuntino e via, si inizia la discesa... con molto timore reverenziale! In realtà i 40 km di sterrato non presentano difficoltà tecniche ma la presenza dello strapiombo induce a scendere con prudenza. Noi scendiamo ancora più lentamente perché facciamo molte foto. Il luogo è davvero meraviglioso: il crinale, sempre verde, è rigato da ruscelli che a volte danno origine a cascate. C'è anche una cascata che non arriva a terra perché si disperde in una nuvola di goccioline che vengono portate via dall'aria! Ci sono molte croci, alcune ormai ricoperte interamente dal muschio. Ad un tratto dobbiamo fermarci e Alberto deve soccorrere una  ragazza boliviana che è caduta con la bici a pochi centimetri dal precipizio: ha diverse escoriazioni e abrasioni e una distorsione al polso ma riuscirà a scendere, lasciando a bocca asciutta i 3 avvoltoi che volteggiano alti sopra di noi!
Continuamo la nostra discesa, svestendoci progressivamente perché la temperatura - che alla cumbre era di 11 gradi ora è di 46 gradi al sole - superiamo i punti di raccolta delle agenzie e arriviamo a Yolosa: siamo in piena foresta amazzonica e i bambini che fanno il bagno nudi nelle cascate e due piccoli guadi ce lo confermano. Da Yolosa scendiamo a Yolosita (1200 m - siamo scesi di 3800 metri!), dove ritroviamo la strada asfaltata. Spuntino e carichiamo le bici al volo su un furgoncino guidato da un uomo dai tratti somatici africani (melting pot boliviano!) che ci porta su a Coroico (1800 m) perché a Yolisita i mezzi che vanno a La Paz sono già pieni. Appena arrivati a Coroico, vediamo un camion con la scritta La Paz che si ferma nella piazza e un gruppo di 4 ragazzine che contrattano un passaggio! Se lo fanno loro, potremmo ben farlo anche noi! In un men che non si dica carichiamo le bici nel cassone in legno del camion e ci buttiamo dentro anche noi. Alla fine siamo noi, le 4 ragazzine, una ragazza più grande, un uomo e una donna. Il cassone è aperto superiormente e durante il viaggio, non comodo ma decisamente avventuroso, riusciamo a goderci ancora i panorami di queste splendide vallate. Quando torniamo alla cumbre ci rannicchiamo in un angolo del cassone per difenderci dal freddo ma poi si scende rapidamente a Villa Fatima, dove arriviamo col buio. Alla fine il trasporto per il Camino de la Muerte ci è costato circa 15 euro in due andata e ritorno invece dei 160 euro richiesti dalle agenzie! Ci siamo goduti il percorso senza avere fretta e siamo tornati in camion (ma quando ci capita!). Una giornata perfetta che, dopo essere rapidamente scesi al nostro alloggio a La Paz centro e aver fatto una bella doccia, chiudiamo dal "Lurido", il banchetto di street food, dove ci mangiamo un meritato un doppio hamburger con salchipapa (wurstel con patatine fritte)! Siamo sopravvissuti al temibile Camino de la Muerte si festeggia!

Al Camino de la Muerte (foto)







sabato 25 ottobre 2014

Pomeriggio a Munasim Kullakita

Con Riccardo Giavarini
Sei una ragazza di 14 anni, tua madre ti vendeva per denaro e quando sei scappata da tuo padre, in carcere, anche lui ha fatto lo stesso e già che c'era ti ha violato anche lui. Sei finita nei bordelli di La Paz, dove le ragazze più grandi di te ti vedono di cattivo occhio perché rubi loro il lavoro, dove il protettore ti costringe a ritmi serrati, dove hai contratto l'HIV e ora hai scoperto di essere incinta.
Ad un certo punto la sera viene nella piazza, dove tu e le tue compagne comprate il mastice da sniffare per stordirvi prima di andare "al lavoro", un gigante buono, che si chiama Riccardo Giavarini ed è accompagnato "dai suoi". I protettori li odiano ma sanno che non possono toccarli, perché anche Riccardo sa come muoversi e quali tasti toccare nelle gerarchie. Riccardo ti propone di andare domani mattina al centro di ascolto. Le tue amiche te ne hanno parlato bene, dicono che è buono.
La mattina dopo ti prone di sparire dal giro: "vieni a stare alla casa Munasim Kullakita" (in aymarà "sorellina, abbi cura ti te"): ci sono altre ragazzine come te, potrai avere un posto sicuro dove stare, un ambiente protetto dove starai finché vorrai tu, dove si studia (se vorrai potrai arrivare anche all'Università), si lavora (verrai aiutata a trovare un lavoro), ci sono le educatrici, la tua salute e quella del tuo bambino saranno salvaguardate e ti verranno dati gratuitamente i farmaci per l'HIV. Se vorrai c'è anche una psicologa e assistenza spirituale (ok, con quello che ti è capitato non credi in Dio, ma ascoltare non fa male e perdonare aiuta a stare meglio). Ci sono anche attività in comune, compreso uno spettacolo teatrale "La principessa delle Ande".
Riccardo - con cui oggi pomeriggio siamo stati a trovare le ragazze di Munasim Kullakita - dice che, se vedi lo spettacolo, piangi. Nella casa ci sono 18 ragazze seguite a turno da uno di 5 operatori nell'ambito di un progetto promosso da una Fondazione della Diocesi di El Alto di cui lui è responsabile (è stato un quadro di Progetto Mondo MLAL ma ora lavora autonomamente).
Non sempre le storie sono a lieto fine: qualche giorno fa una ragazza di 14 anni - HIV positiva - ha perso il suo bambino stroncato da un raffreddore perché immunocompromesso; così una mamma di 14 anni, violata, sola e malata ha perso anche l'unica cosa bella che le era capitata.
Grazie al supporto costante e all'affetto che ricevono queste bambine sono serene e quando ci vedono ci coinvolgono nelle loro attività di gruppo e ci fanno mille domande sul perché siamo qui e che gusto c'è nel viaggiare in bici. E quando diamo loro il pacchettino di cioccolatini che abbiamo portato, ci fanno festa.
Tutto l'ambiente intorno cerca di supportarle nello sperare che, nonostante il male immenso che è capitato loro nei primi anni di vita, è possibile che il futuro riservi qualcosa di buono; qualcuno che vuole loro bene, un titolo di studio, un lavoro, una famiglia.
Nel viaggio di ritorno Riccardo ci riferisce che per ristrettezza di fondi non possono accogliere altre 20 ragazze che sarebbero disponibili a "sparire dal giro". Il progetto così com'è costa oltre i 100.000 euro e i finanziatori sono sempre meno.
Nei prossimi giorni vi faremo sapere come eventualmente partecipare al finanziamento.
Terminiamo la serata a mangiare di nuovo street food, ma questa sera non siamo in vena di scherzare e mangiamo in silenzio. Oggi abbiamo visto molta sofferenza in persone giovanissime ma anche l'attività intensa di persone che con pazienza e costanza cercano di riparare il male fatto, senza distinguere tra vittime e carnefici perché quando il male succede siamo tutti vittime.
 per dare il proprio contributo è possibile:
- disporre un bonifico sull'IBAN IT07J0501812101000000511320 (Banca Etica) a favore di Progetto Mondo MLAL - CAUSALE: "PEDALANDE - MUNASIM KULLAKITA
- donare con carta di credito cliccando https://mlal.fundfacility.it/?cam_rid=244
CAUSALE: "PEDALANDE - MUNASIM KULLAKITA

Mattina a Qualauma

Il carcere di Qualauma
Hai 15 anni e hai cercato di rubare un cellulare ma ti hanno beccato. Facciamo che intanto vai in carcere per 1 anno "preventivamente" in attesa di giudizio, poi l'avvocato spenna la tua famiglia per mandare avanti la tua pratica e quando questa arriva davanti al giudice questo ti condanna a 1 anno e mezzo di reclusione, così alla fine ti fai 2 anni e mezzo. Però non in un carcere qualunque... te li fai a San Pedro a La Paz: 100 metri x 100 metri con altre 4000 mila persone. Dove devi affittarti la cella (850 euro al mese) facendoteli mandare dalla tua famiglia perché dentro San Pedro devi lavorare per vivere ma sei sfruttato dai gruppi di potere perché il carcere è in realtà un enclave in cui la polizia sorveglia gli accessi ma non quello che succede dentro e anzi prende la tangente per far passare traffici illeciti.
Sei provi a scappare, non c'è problema... vanno a cercare la tua famiglia.
Poco dopo che sei entrato in questo inferno per te e per i tuoi cari, arriva un gigante buono che si chiama Riccardo Giavarini, rispettato da tutti, e ti propone di andare a Qualauma, dove ci sarà Roberto Simoncelli che ti seguirà e dove ci sono altri ragazzi come te, dove non c'è sfruttamento né ci sono sistemi di ricatto, dove avrai assistenza legale gratuita e dove - fin tanto che dovrai stare dentro - potrai studiare e/o imparare un lavoro (panettiere, falegname, cuoco, agricoltore, allevatore), dove potrai partecipare a laboratori d'arte (pittura, teatro, scrittura, musica), dove potrai fare sport, leggere e anche avere assistenza spirituale e psicologica se ti andrà.
Tutto questo non è fantasia è quello che succede a La Paz se hai 15 anni, hai cercato di rubare un cellulare ma ti hanno beccato (oppure anche solo se qualcuno dice che sei stato tu).
Questa mattina abbiamo visitato Qualauma, il carcere minorile di La Paz, accompagnati da Roberto Simoncelli, nostro coetaneo, da 10 anni qui a La Paz e referente per Progetto Mondo MLAL a Qualauma, che ci ha illustrato tutto l'impegno del MLAL per la riforma della giurisprudenza boliviana e la sua applicazione ai minori.
Abbiamo visto le strutture e parlato con in ragazzi. L'85% di loro sono in attesa di giudizio da anni alcuni perché accusati di crimini gravissimi ma la maggior parte per crimini di poco conto. Grazie al sostegno "multidimensionale" che ricevono a Qualauma, riescono a ricostruirsi come persone fino al punto a volte di chiedere e ottenere il perdono dalle vittime.
La ricaduta nel crimine è bassissima confronto a chi rimane a San Pedro. La struttura è così apprezzata che volendo i ragazzi potrebbero evadere con facilità ma capiscono subito che per loro stare lì è meno negativo che uscire.
I ragazzi non vogliono parlare di sé né delle propria storia ma preferiscono parlare di cosa fanno lì loro e cosa facciamo lì noi e dopo il primo imbarazzo (reciproco), spesso emerge qualche sorriso.
I ragazzi - ci racconta Roberto - leggono molto e non "robetta" ma Mario Vargas Llosa, la Bibbia e altri libri impegnati. Purtroppo la biblioteca del carcere non è molto fornita.
Abbiamo proposto a Roberto che tutti i fondi che i nostri lettori verseranno con questa causale andranno ad alimentare la biblioteca del carcere: per dare il proprio contributo è possibile
- disporre un bonifico sull'IBAN IT07J0501812101000000511320 (Banca Etica) a favore di Progetto Mondo MLAL
- donare con carta di credito cliccando https://mlal.fundfacility.it/?cam_rid=244
CAUSALE: "PEDALANDE - BIBLIOTECA QUALAUMA"

venerdì 24 ottobre 2014

Aurelio ed Anna


Dopo abbondante colazione scendiamo più verso il centro della capitale boliviana perché dobbiamo cercare la sede di Progetto Mondo MLAL per prendere contatto con Anna Aliod e suo marito Aurelio D'Anna. Perdiamo qualche incrocio e... siamo rovinati... ci tocca risalire un pendio da passo dello Stelvio in piena città. Gambe in spalla e mappetta (regalataci da Vanni) alla mano ci orientiamo e riusciamo a trovare l'indirizzo. Anna è in sede per fortuna (non eravamo riusciti a concordare una appuntamento perché non eravamo riusciti a chiamarla). Ci presentiamo e poi ci accompagna all'alloggio che gentilmente ci avevano procurato e ci dà indicazioni su come risolvere alcuni piccoli problemi pratici: lavanderia e telefonia (dobbiamo procurare la SIM CARD boliviana). Nel giro di paio d'ore facciamo tutto e siamo a pranzo con loro. Assaggiamo carne di lama alla piastra (finalmente qualcosa di non fritto e di buono - ieri sera ci eravamo preparati una pasta al pomodoro comprata in Perù e solo Dimitri è riuscito a finirla) e ci conosciamo meglio: Anna e Aurelio sono valdostani e da una vita lavorano nel mondo della cooperazione, prima in Brasile, poi in Italia e da 14 anni in Bolivia (da quasi 3 a La Paz e prima a Cochabamba). Aurelio è un ciclista attivissimo e finalmente riusciamo ad avere informazioni attendibili da un ciclista vero sul percorso che andremo a fare in Bolivia! Parliamo anche di come sta cambiando la Bolivia, di Evo Morales (il presidente da qualche giorno rieletto per la terza volta), di La Paz e del nostro percorso fino a qui. 
Torniamo in sede per una disamina più approfondita con Aurelio sulla mappa nostra e sulle sue moltissime cartine: dovrebbe andare tutto liscio (fatica a parte) fino a dopo il Gran Salar di Uyuni. Poi però ci potrebbero essere grossi problemi quando dovremo attraversare il deserto del Lipez verso l'Uturuncu, le Lagune e il Deserto dell'Atacama. Il problema sarà il fondo stradale: è sabbia; sabbia in cui a volte si affonda con la macchina e si deve aspettare soccorso: con la bici cariche potrebbe essere un macello. Hervè, un francese con cui abbiamo pedalato in Patagonia, ci raccontava che aveva impiegato 7 giorni a percorrere 70 km con grosso rischio di disidratazione perché le zone sono disabitate e non ci sono rifornimenti d'acqua. Avevamo visto le sue foto (e le foto di come era ridotto) e non ce le siamo dimenticate. Una volta chiarite le idee sul percorso, parliamo delle molte attività di Progetto Mondo MLAL nella zona: non riusciremo ad entrare a San Pedro, l'infernale carcere di La Paz, perché l'amministrazione penitenziaria è diventata molto severa (in passato consentiva anche visite turistiche amministrate dagli stessi carcerati) mentre oggi l'ingresso è consentito su permesso previa richiesta motivata molto tempo prima. Invece domani mattina Roberto Simoncelli, ci farà visitare Qualauma, il carcere minorile dove c'è un progetto in corso (per cui vi chiederemo il sostegno), mentre nel pomeriggio visiteremo la struttura di accoglienza per bambine vittime di abuso e sfruttamento sessuale su cui sta lavorando Riccardo Giavarini.
Anna, Aurelio, Roberto e Riccardo sono persone di cui abbiamo molto sentito parlare: sono persone che hanno dedicato e stanno dedicando la loro vita alla cooperazione e che nel tempo si sono guadagnati la fiducia e la stima non solo delle persone coinvolte nei progetti seguiti da loro ma anche delle autorità boliviane. 
Facciamo una passeggiata per il centro di La Paz e concludiamo con una cena a base di "street food": un "luriburger" (come lo chiama Dimitri) ovvero doppio hamburger con uovo e pattine fritte (all'interno) comprato ad un baracchino (molto frequentato)... molto meglio del McDonald...
Con Aurelio ed Anna

Ricordiamo a tutti che stiamo sostenendo il Progetto "Economia Solidale" che Progetto Mondo MLAL sta realizzando nell'area Sicuani-Ayaviri con particolare riferimento al sostegno alla parità di genere e alla imprenditorialità femminile: anche cifre molto piccole saranno molto utili perché siamo tanti. Per dare il proprio contributo è possibile
- disporre un bonifico sull'IBAN IT07J0501812101000000511320 (Banca Etica) a favore di Progetto Mondo MLAL
- donare con carta di credito cliccando https://mlal.fundfacility.it/?cam_rid=244

CAUSALE: "PEDALANDE - SOSTEGNO ECONOMIA SOLIDALE"



giovedì 23 ottobre 2014

A La Paz (a sorpresa)




Dopo la terza notte di pioggia, la mattinata è limpida. La tappa di avvicinamento a La Paz si preannuncia pianeggiante ma decidiamo di partire ugualmente alle 7.00. Come al solito la previsione sul dislivello è sbagliata: infatti la strada sale, sale, sale e a bordo pista compare anche la neve che a quota più alta ha sostituito la pioggia durante la notte. Per i primi 40 chilometri - quelli che ci separano dal traghetto - il panorama sul Titicaca è incantevole: acqua a perdita d'occhio, isole, spiagge, le montagne boliviane che contornano il lago e che in secondo piano salgono innevate. Ci fermiamo a scattare molte foto e a godere ancora un po' di questi panorami che ci ripagano di quelli molto meno pittoreschi della sponda peruviana.
La strada sale e scende continuamente fino a che non arriviamo al porticciolo di San Pedro. Qui non troviamo un traghetto come pensavamo ma una flotta di grandi chiatte fatte di colossali assi di eucalipto (che in fase di partenza sono manovrate a mano con una pertica di legno "alla veneziana"). Saltiamo al volo su una di queste e ci facciamo traghettare al porticciolo di San Pablo (esattamente di fronte a Sal Pedro), dove facciamo una piccola pausa. Quando ripartiamo la strada sale ancora e poi ci somministra una interminabile serie di saliscendi fino a che si colloca a lato della riva della parte sud del lago. Ci diamo il cambio davanti "a tirare" fino al paese di Huarina, che sulla mappa è segnato bello grande, ma in realtà è piccolo e molto povero. La Bolivia si sta preannunciando in tutta la sua difficoltà: niente "tiendas de abarrotes", le botteghe onnipresenti in Perù dove è possibile comprare acqua in bottiglia, bibite, biscotti e crackers e niente bettole dove dormire. A Huarina ci fermiamo a pranzare una una panchina con pane, pasta di acciughe e banane (pranzo che ci pare buonissimo). Mentre mangiamo compare una novità: prendiamo un ago di pino, lo solleviamo e lo osserviamo cadere. Incredibile. Ripetiamo la manovra: non ci possiamo credere! C'è "Tail Wind", vento a favore. Chi dei lettori non va in bici, non può capire la felicità del ciclista quando c'è vento a favore. Succede questo: da una smorfia di sofferenza, il ciclista si trasforma così: petto in fuori, mento avanti, fronte indietro e sorriso ebete a 36 denti perché... si pedala a 20-30-40-45 km/ora senza sforzo! Ci affrettiamo a terminare i panini con la pasta di acciughe e cominciamo con il "pedalo facile"... arriviamo a Batallas, il paese successivo, dove si ripete la storia dei "gringhi ma non grulli": ci propongono un garage senza letti a cifre da suite, li mandiamo a quel paese e ripartiamo... cosa ci importa? Abbiamo il vento a favore e La Paz dista solo 50 km (anche se oggi ne abbiamo fatti già 100, sono solo le 15.30 e abbiamo 3 ore di luce - e in ogni caso abbiamo la tenda)! Voliamo sull'altipiano andino a velocità sostenuta fino ad arrivare alla periferia di La Paz che inizia 30 km prima della città... l'aria diventa via via irrespirabile, la polvere impedisce una visione nitida della strada e la si sente in bocca tra i denti. Cerchiamo di respirare il meno possibile ma la strada è in salita. Cominciamo a doverci aprire la strada nel traffico selvaggio dove si ripetono le scene dell'uscita da Lima. Arriviamo a El Alto, la parte "alta" di La Paz dove il caos è totale. Per fortuna gli ambulanti che hanno il banchetto a bordo strada fanno il tifo per noi e ci indicano la strada per scendere a La Paz: dobbiamo prendere una circonvallazione grande come un autostrada a 4 corsie (con tanto di casello per il pagamento del pedaggio da cui noi siamo esenti) che inizia proprio in corrispondenza della statua di Ernesto Che Guevara! All'inizio della circonvallazione/autostrada c'è un mirador: ci fermiamo a guardare di sotto: siamo al tramonto e La Paz è lì. Un immensa "ciotola" piena di case che si arrampicano sulle pendici della conca fino agli estremi; sul fondo della ciotola, grattaceli ed edifici moderni; l'impressione non è di decadenza o degrado come ci aspettavamo ma di una città moderna e brulicante di vita. Riprendiamo a scendere e chiediamo ai tassisti dove si trova l'indirizzo della sede di La Paz del Progetto Mondo MLAL (dove - in realtà per domani perché siamo in anticipo di un giorno - abbiamo un alloggio prenotato). Nessuno ne sa niente e decidiamo di prendere una camera non lontano dal centro perché sono le 19 e abbiamo già violato la raccomandazione di non entrare a La Paz la sera... meglio non esagerare. La tappa di oggi è la più lunga del viaggio finora: 157 km con 1276 metri di dislivello in 8 ore e 30 minuti: per dare un'idea, Verona-Milano passando - come salita - da Erbezzo con 45 kg tra bici e carico... solo che qui siamo a 4000 metri e siamo entrati in una delle gradi capitali sudamericane... non male


Ricordiamo a tutti che in questo momento stiamo sostenendo il Progetto "Economia Solidale" che Progetto Mondo MLAL sta realizzando nell'area Sicuani-Ayaviri: anche cifre molto piccole saranno molto utili perché siamo tanti.

Per dare il proprio contributo è possibile
- disporre un bonifico sull'IBAN IT07J0501812101000000511320 (Banca Etica) a favore di Progetto Mondo MLAL
- donare con carta di credito cliccando https://mlal.fundfacility.it/?cam_rid=244

CAUSALE: "PEDALANDE - SOSTEGNO ECONOMIA SOLIDALE"


mercoledì 22 ottobre 2014

L'isola dei pedaggi





Ieri pomeriggio avevamo interrogato Ana, la nostra guida, sul tempo per oggi. Ci aveva detto pioggia la mattina e bello il pomeriggio. Infatti dopo una notte di pioggia intensa, anche la mattina è piovosa... proprio il giorno che andiamo alla Isla del Sol! Maledizione!
Il barcone è coperto e pieno di gente, ma siamo stati previdenti: eravamo i primi della fila e abbiamo i posti migliori. Ciò nonostante siamo lontani ma non immuni dal motore che scarica i gas direttamente in cabina...
La navigazione a velocità lentissima dura due ore e l'ultima goccia di pioggia cade proprio quando mettiamo piede a terra, il cielo si libera e il sole illumina l'Isla del Sol! Ana aveva ragione!
Juan, un isolano aymara di circa 60 anni dalla pelle scura e il cappello chiaro e con pochi denti in bocca, ci guida alle rovine del Tempio del Sole, ci mostra le piante coltivate e quelle selvatiche che vengono usate da loro per vari scopi e ci indica in lontananza l'Isla della Luna. La' venivano cresciute le vergini provenienti da tutto l'impero Inca fino all'età di 17 anni. In occasione del sostizio d'estate tra quelle che compivano l'età stabilità veniva scelta una - la più bella - per essere sacrificata al Dio Sole. Veniva praticata un'incisione sull'addome - dice Juan - e, raggiunto il cuore, questo veniva estratto ancora battente tagliando i grossi vasi; dopo il rito il cuore doveva essere sotterrato in un terreno consacrato. La ragazza - continua Juan - non aveva paura di soffrire e morire perché sin da piccola era preparata a quel momento.
Mah... speriamo almeno che la sedassero....
Un pò disgustati dai particolari anatomici e cercando a fatica di mantenere il rispetto verso culture e valori diversi dai nostri, terminiamo la visita guidata e intraprendiamo il trekking di tre ore che ci porta dal nord al sud dell'isola.
I panorami simili ai nostri panorami mediterranei ci ristorano: acqua blu, arbusti, sole, profumi. Il sentiero è lastricato e lo percorriamo agilmente, un pò infastiditi dai molti stop a cui dobbiamo pagare il pedaggio (tipo 5 Terre) - pure una cricca di bambini cerca di farci pagare abusivamente un passaggio (ma siamo "gringhi" non "grulli").
Arriviamo all'estramo sud dell'Isola e riprendiamo il "barco" per tornare a Copacabana.
Domani partiamo presto in direzione La Paz che dista "solo" 145 km. Potremmo percorrerli anche tutti in una tappa, ma La Paz è una città in cui bisogna essere prudenti ed entrare a sera ci è stato molto sconsigliato...
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CAUSALE: "PEDALANDE - SOSTEGNO ECONOMIA SOLIDALE"

Raccolta fondi: quota 380€

Fino ad ora abbiamo raccolto 380 euro grazie al contributo di 8 generosi donatori.
Siamo molto sotto l'obiettivo di 1 euro per ogni chilometro perché ci avviciniamo ai 2000 km percorsi.
Chiediamo la collaborazione di tutti per diffondere ancora di più la lettura del blog e la platea dei potenziali donatori: segnalate il blog ai vostri amici.
Chiediamo inoltre a tutti coloro che possono di contribuire con piccole cifre. Se tutti versiamo pochi euro, essendo in tanti, ne raccogliermo a sufficienza per raggiungere l'obiettivo!
Non c'è fretta (dobbiamo visitare ancora 4 progetti), ma intanto... pensiamoci!

martedì 21 ottobre 2014

In Bolivia, un pomeriggio con Ana



Ce la prendiamo comoda e ripartiamo alle 8.30. La frontiera è a pochi chilometri e ci vogliamo fermare a Copacabana, 8 km più in là. Vogliamo vedere la mitica Isla del Sol, dove viveva l'Inca, l'imperatore.
Sbrighiamo le pratiche doganali, nonostante una miriade di israeliani prima di noi e arriviamo in paese. Mangiamo (e il primo pasto boliviano non è meglio dell'ultimo peruviano) e girando per il centro capiamo che alla Isla del Sol non si va in bici... c'è un "barco" che ti porta ma parte solo alle 8.30 e torna alle 17.30... dobbiamo rinviare la partenza per La Paz a dopodomani e andare all'Isla del Sol domani... e ora dobbiamo anche salvare il pomeriggio... Che fare? Andiamo a Rane Giganti del Titicaca (K'aira - in aymara - anfibio in pericolo di estinzione, che vive solo qui, raggiunge la lunghezza di 20 cm e che è stato reso noto dal mitico Jacques Cousteau)!
C'è una specie di tour guidato di turismo rurale che garantisce l'incontro... Si va!
Si parte in taxi... con il tassista, una signora di 60 anni in vestito tipico e bombetta andina, il marito e la figlia: questi ultimi due accomodati nel bagagliaio! Arriviamo in un paesino vicino dove capiamo che la signora in costume tipico e bombetta andina - Ana - sarà la nostra guida! Di etnia aymara, vive da sempre nel paesino ed è una delle 12 guide dell'associazione di turismo rurale! Mentre scendiamo verso il lago ci mostra le piante coltivate, compreso l'albero del "matrimonio" (nelle due versioni, verde per l'uomo e rosso per la donna), che si chiama così perché produce frutti che subito sembrano dolci e poi sono amari... "come il matrimonio" - dice sghignazzando: per essere una donna andina di una certa età è un personaggio, ma non finisce qui...
Arrivati al lago, fa svuotare dall'acqua (piovana, speriamo) una barca in legno da un signore che lavorava la terra sulla riva, ci invita a salire e... si mette al comando della barca! Con poderose vogate ci porta fuori dal canneto, ci mostra gli uccelli e i pesci e ci racconta di com'era un tempo il Titicaca... poi arriviamo ad una "isla flottante", un isola artificiale fatta di canne intrecciate (oggi sorretta da blocchi di polistirolo ben mimetizzati, ma un tempo fatta solo di canne, che qui chiamano "totora"). Su isole come questa ai tempi dei suoi nonni le famiglie vivevano! Saltati tutti sull'isola, Ana prende un retino, lo infila in una rete attaccata al bordo dell'isola e ne estrae tre grosse rane giganti! Sono così grosse che a fatica ci stanno in una mano. Infatti non solo possiamo toccarle, possiamo proprio prenderle in mano. Sono delicate e vellutate!
Non facciamo in tempo a rimettere le rane nella rete, che Ana estrae da una casupola all'angolo dell'isola dei salvagenti di canna intrecciata a forma di barca (detti "balsa"), veste Alberto da perfetto andino con tanto di chullo (il mitico berrettino con le orecchie), gli fa infilare il salvagente di canna e... si balla... mentre Ana canticchia un motivetto ritmico! Il salvagente è una decorazione da ballo per l'uomo, la donna invece deve tenere in braccio una grossa trota fatta anch'essa di canna intrecciata. Il ballo - di coppia - simboleggia la danza tra l'uomo (la barca) e il lago (la trota). Su una isola di canna intrecciata nel mezzo del Lago Titicaca Alberto, agghindato da "barca andina", balla una danza aymara con una sessantenne boliviana in costume tipico e bombetta mentre questa canta... e Dimitri riprende la scena come un documentarista del National Geographic!
Esaurito lo spettacolo, Ana ci riporta a riva, vogando che neanche i fratelli Abbagnale... risaliamo la riva del lago, mentre ci spiega come uccelli e piante "avvisino" dove e quando è indicato seminare: quando compaiono i fiori gialli è ora di piantare le patate, le infiorescenze di un'altra pianta indicano che è ora di seminare fagioli, mentre se quell'uccello canta, quest'anno sarà meglio non seminare in riva perché le acque cresceranno e rovineranno le colture... un mondo in cui uomo e natura vivono ancora in armonia.
Ana ci mostra le erbe medicinali (anche quella che serve, in formato "mate", ad aiutare le donne a partorire - perché qui le donne partoriscono tutte a casa, l'ospedale è troppo lontano) e le erbe usate per tingere la lana di alpaca e di pecora...
Torniamo nella piazza del paese dove il taxi ci aspetta (con tanto di donna in allattamento caricata nel bagagliaio).
Salutiamo la nostra guida e ce la mettiamo tutta per ringraziarla e per farle capire che per noi è stato un pomeriggio indimenticabile!

lunedì 20 ottobre 2014

Titicaca: una mezza delusione



Partiamo con un'ora di ritardo perché siamo chiusi nel nostro alloggio e ci tocca aspettare che arrivi qualcuno ad aprirci... in Italia si chiama sequestro di persona ma qui in Perù è normale.
Siamo carichi perché oggi è la giornata del Lago Titicaca!
Usciamo da Puno e ci accorgiamo che dobbiamo seguire la Panamerica Sur.
Il traffico è a dir poco molto intenso e la strada è maledettamente stretta: furgoni, autobus e camion ci fanno il pelo ad ogni secondo.
Come se non bastasse il fondo dei primi 30 km è ghiaino! Ci sono addirittura gli operai della strada che a badilate ributtano al centro della carreggiata il ghiaino finito a lato (mai visto nulla di simile).
Ma la cosa peggiore è che il Lago Titicaca è lontanissimo! Dobbiamo passare in un entroterra edificato in modo fatiscente e vediamo il lago solo dopo 87 km che percorriamo a staffetta per risparmiare energia perché il solito maledetto vento contrario c'è anche oggi.
Arriviamo a Juli e ci assicuriamo la nostra dose di "sbobba peruviana" di oggi: zuppa d'orzo con fagioli crudi e pesce di lago fritto (ma in realtà erano solo lische fritte): ora come sia possibile mangiare pesce di pessima qualità in riva al Titicaca solo i peruviani lo sanno.
Superato il paese finalmente vediamo il lago (ma solo per 15-20 km): è davvero immenso e di un colore blu mare; è increspato dal vento e le rive sono per lo più coltivate ma non edificate. Dall'altro lato - quello boliviano - svettano montagne innevate di 6000 metri. Purtoppo le spiagge del lago sono degli autentici immondezzai. Sapevamo che i peruviani hanno un rapporto molto "libero" con la spazzatura e lo sporco ma vedere questo scempio ci fa arrabbiare: ci verrebbe voglia di fermarci e ripulire (almeno perché non si veda nelle foto). Che peccato.
Alle 15 arriviamo nel paese di Pomata, "el balcon filosofico del altiplano", dove è in corso l'ennesima festa di paese e gli anziani insistono per farci bere la cerveza con loro... invito che rifiutiamo garbatamente. L'unico alloggio è quello comunale. Solo che chi se ne occupa arriva alle 17 e pare non ci sia doccia ma nessuno lo sa con certezza. Più che filosofi, qui ci sembrano tutti avvinazzati... Decidiamo di proseguire e arrivare a Yunguio dove giungiamo alle 17.30 dopo quasi 140 km di pedalata e oltre 500 metri di dislivello giornaliero... diciamo che lasciamo il Perù con la tappa più lunga: in due giorni abbiamo percorso 250 km contro vento.
Domani passiamo in Bolivia. Il viaggio entra nella sua parte centrale e più avventurosa.

domenica 19 ottobre 2014

Un trenino per Puno

Le strade di Juliaca
Dopo la dormita di ieri pomeriggio, decidiamo di andare a letto presto e partire presto per percorrere i 110 km che ci separano da Puno e dal lago Titicaca con la minima presenza di vento.
Puno sul lago Titicaca
Ci svegliamo alle 4.30 e partiamo alle 5.30. Il paesaggio non ha grosse attrattive e decidiamo per una soluzione tecnica: la staffetta o trenino. Ovvero uno sta davanti e tira e l'altro sta a dietro a pochi centimetri di distanza: chi sta davanti fatica come avrebbe faticato, chi sta dietro fatica da un 20 a un 30% in meno perché incontra meno resistenza dovuta all'aria. E poi ci si dà il cambio: decidiamo per parziali di 10 km e una velocità media di 20 km/h.
Alle 9 abbiamo percorso già oltre 60 km e arriviamo a Juliaca.
Di città brutte ne abbiamo viste tante in Perù, ma Juliaca è un inferno: oltre al traffico, al rumore, al caos e allo smog... manca l'asfalto... tutte le strade sono sterrate e tutti i mezzi,
Sfilata folkloristica
dalle auto, ai camion, ai bus, alle moto ai moto-carri, sono impegnati in interminabili zig-zag per evitare le voragini che si aprono sulla strada e tutto questo rende del tutto imprevedibile le loro traiettorie e il tragitto molto pericoloso per noi... dopo circa 1 ora ce la caviamo e entriamo su un lungo rettilineo costeggiato da grandi mucchi di spazzatura con relativo odore.
Il trenino viaggia senza rallentamenti fino al chilometro 100 dove - proprio quando pensavamo di essere arrivati - inizia una salita al 7% di oltre 6 km! Benedetto Perù (ma l'esclamazione non era esattamente questa)! Arranchiamo fino alla cima ad oltre 4000 metri dove iniziano le case di Puno e cominciamo a vedere i primi scorci del lago Titicaca (non entusiasmanti per ora). Puno è un'altra grande brutta città ma è anche la "capital folklorica" del paese: infatti il pomeriggio ci riserva una sorpresa.
La foto parla da sola
Troviamo alloggio, una pizzeria (con solita pizza standard peruviana - dove il formaggio ricopre tutto - che però a Dimitri appare la migliore mangiata in Perù)e bucato.
Usciamo per una passeggiata richiamati da un gran rumore di tamburi e veniamo inghiottiti dai festeggiamenti del "Senor de los Milagros" (per altro il nome della festa ce lo dice Anna dall'Italia): migliaia (avete letto bene) di persone in costume tipico sfilano per la città in un tripudio di colori, musica e danze... bambini di pochi anni, ragazzi, adulti e anziani fieri di esibire le loro tradizioni e felici di fare festa, ignorano la pioggia che comincia piano ma poi diventa sferzante e ballano per le vie della città in un corteo dalla coreografia perfetta: che spettacolo!
Domani partiamo per gli ultimi 145 km di Perù, tutti in riva al Titicaca, verso la frontiera boliviana di Copacabana dove ci fermeremo un giorno a provare a pescare. Speriamo che le nuvole sia siano sfogate oggi pomeriggio.
Il credito sulla nostra scheda telefonica peruviana è esaurito... se non troviamo wi-fi daremo notizie direttamente dalla Bolivia.

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CAUSALE: "PEDALANDE - SOSTEGNO ECONOMIA SOLIDALE"

Flora e fauna del Perù

Galleria fotografica di animali piante e fiori del Perù.
Alpaca
Fiore
Poiana
Fiore
Puya raimondi
Picchio
Sauro
Viscaccia
Eliconia
Emitteri eterotteri
Clematide

Fiore di cactus
Uccello indeterminato (per ora)
Pappagallo conuro
Farfalla

Condor
Serpente
Chinus molle
Tarantola
Passeriforme su Chinus molle

Fiore
Caracara di montagna
Anatre

Aquila